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Stando a quanto previsto dal Testo unico delle imposte sui redditi, possono usufruire di agevolazioni fiscali le persone fisiche e giuridiche che sostengono spese per il restauro e la ristrutturazione di immobili.

La normativa attualmente vigente, tuttavia, non rivela una particolare attenzione nei confronti dei beni culturali e degli immobili di interesse storico, artistico e culturale.

Rispetto ad altri Paesi europei, la fiscalità di vantaggio per la tutela e la valorizzazione dei beni culturali rappresenta un obbiettivo che non è stato ancora completamente raggiunto. A questo proposito, è impossibile non citare l'art. 238 bis del Code Général des Impôts; la normativa francese, nello specifico, prevede detrazioni fino al 60% per opere di interesse culturale. Al contrario, la valorizzazione del patrimonio artistico, in Italia, rientra nelle comuni opere di risanamento conservativo.

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Oltre a beneficiare dell'aliquota al 10%, dunque, chi si occupa di questi interventi non ottiene alcun ulteriore beneficio dal punto di vista fiscale.
Gli immobili di pregio, quindi, non vengono tenuti in particolare considerazione: la tutela e il restauro rientrano tra le comuni attività di recupero e ristrutturazione del patrimonio edilizio. Bisogna sottolineare, in tal senso, che le aree archeologiche non fanno parte degli edifici e degli organismi edilizi presi in considerazione dal Legislatore. Chi effettua interventi su manufatti archeologici, in altre parole, non può usufruie della fiscalità di vantaggio prevista per le ristrutturazioni edilizie.

Le agevolazioni fiscali per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale  e la riduzione dell'IVA dal 21% al 4% rappresenterebbero un incentivo non indifferente. Una tassazione agevolata consentirebbe un più semplice e rapido recupero dell'ingente patrimonio nazionale; i vantaggi fiscali, al tempo stesso, faciliterebbero l'ingresso nel mondo del lavoro e la ripresa del settore del restauro.


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